La complessità del suo nome si contrappone alla semplicità del suo stile e del suo sguardo.
Hiroshi Ono, designer di origine giapponese adottato da Milano, vanta numerose collaborazioni con brand di fama nazionale e non. Dispensa saggi consigli ai giovani designer ancora un po’ “acerbi” professionalmente parlando e partecipa alla nuova edizione del Salone del Mobile, ma questa volta come ospite. Se pensavate di conoscere ogni aspetto della vita di questo artista, beh, vi sbagliavate..Sapete, ad esempio, cosa gli sarebbe piaciuto realizzare?
Dopo la laurea all’Aichi Fine Art University si è trasferito in Italia. Come mai ha scelto proprio Milano e non metropoli come NY o Londra?
A dire la verità a NY sono stato prima di Milano. E mi sono divertito molto. Ma lì ho capito che non era il posto che cercavo… Insomma era troppo grande. Invece “dimensionalmente” a Milano mi sento proprio a mio agio, è a misura d’uomo.
Pensa che Milano sia una città all’avanguardia? O che possa migliorare?
Non penso sia all’avanguardia, ma che abbia una personalità forte. Come città sicuramente può migliorare sotto tanti punti di vista, ma Milano ha molte cose che girano già al meglio, come l’evento del Salone o il settore della Moda.
Lei è laureato in Design ambientale, l’arte che nobilita gli spazi urbani. Che cosa ha realizzato in questo specifico ambito e cosa le piacerebbe realizzare in futuro?
In effetti sono laureato in design ambientale, così detto “Space Design”. Poi ho realizzato design d’interni per un negozio di abbigliamento “Rosa El Tipo” e un locale/discoteca “Mo-Bay” sempre a Nagoya, in Giappone. Poi mi sono trasferito a Milano dove ho cominciato a lavorare come Product Designer, quindi non ho più disegnato qualcosa di ambientale. Però, ripensando all’argomento non mi dispiacerebbe disegnare una rotonda della città, magari progettando qualche monumento in mezzo.
Quali sono i progetti su cui sta lavorando attualmente?
Sto letteralmente sudando su un progetto I-TV (Intelligent TV) per Blurosso. Una TV tecnologia LED con super applicazioni e super sound. Ovviamente anche il design c’est super.
Andrà a farsi un giro al Salone e Fuorisalone? Cosa ne pensa di queste manifestazioni, considerato che nel 1999 realizzò “Hiroshi & Davy” evento collaterale al Salone del Mobile?
Ci sono un po’ di eventi a cui non posso mancare. Quindi si, andrò in giro. Mi ricordo che, alcune edizioni fa, era più focalizzata sul mobile che sull’evento di design in sé, ma negli ultimi anni il Salone è diventato una sorta di festa della città. Visto che mi piace festeggiare, va comunque bene così. Però devo dire che, tendenzialmente, generalizza troppo il design e il design del mobile.
Quando ho organizzato la mostra “Hiroshi & Davy“, la galleria di Corso Garibaldi non aveva mai ospitato un evento per il Salone. Era quindi la prima volta che la Galleria organizzava un’ esposizione di mobili. Ma da quell’anno, durante il Salone, ha sempre organizzato qualche evento. Quindi forse anche io ho dato una spinta a questa tendenza del Fuori Salone.
La sua cultura giapponese influisce sui suoi lavori? E come trova un compromesso con gli input occidentali?
In realtà non mi sento un Designer Giapponese ma mi sento come un designer di Milano. Sicuramente, però, qualcosa della mia cultura di base influenza il mio lavoro anche se non dichiaratamente, è vero. Ad ogni modo cerco di non pensare troppo a Oriente e Occidente; in fondo, sono cresciuto con Goldrake, Beatles o Prince… non siamo culturalmente così lontani come si immagina.
Chi sono e sono stati i suoi maestri?
Il mio maestro è uno solo, George J.Sowden.
Nel 2002 ha lavorato per un noto brand italiano, Lavazza. Ci può raccontare qualcosa di quell’esperienza?
Di preciso ho lavorato per il progetto Lavazza-Guzzini. Questa macchina utilizza capsule Lavazza “Blue” o Lavazza “A Modo Mio”. Sicuramente è stata una grande occasione. Anni dopo ho scoperto che sul sito della Lavazza, sono stato il designer più gradito dalla gente. Non è un dato che mi insuperbisce ma mi ha fatto molto piacere. Con Guzzini ho ancora un buon rapporto e sviluppiamo ancora progetti di elettrodomestici insieme: ad esempio quest’anno è uscita Single, la nuova macchina da caffè, interessante anche dal punto di vista dell’eco sostenibilità.
Riguardo alle sue creazioni per Lavazza disse: “Nel pensare il look di questa macchina, ho puntato tutto sulla semplicità, l’essenzialità e la pulizia delle linee”. È uno stile che applica a tutti i suoi progetti?
Il ruolo di designer ha sempre bisogno di avere il cliente come collaboratore e suggeritore. Di conseguenza, molto dipende dalle idee di tale cliente. Se il cliente vuole una cosa fatta bene e bella, forse propongo il design essenziale. Se il cliente vuole qualcosa di molto accattivante, aggressivo o complicato, posso proporre un progetto tutt’altro che “essenziale e pulito”.
Ha in mente qualche giovane che a suo parere ha un particolare talento? E cosa gli consiglierebbe per poter intraprendere questa carriera?
Ho già troppa concorrenza quindi non posso fare un altro nome… Scherzi a parte, vedo spesso i giovani che cercano di ottenere successo frettolosamente, disegnando il progetto in maniera molto personale. Invece, inviterei ad avere un approccio più neutrale, che ascolti anche chi fornisce il pezzo o chi vende. Più che realizzare la propria idea forse bisogna realizzare il desiderio del cliente. Io vedo così il lavoro di designer.
Quali sono le sue passioni oltre il design?
Il calcio… oops, no no. C’è solo l’Inter.
C’è un progetto altrui che avrebbe voluto realizzare lei?
La nuova FIAT 500.
Valeria Del vecchio
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